12/05/2009
introduzione
QUEI COMUNISTI DEL PREMIO OSCAR
“You Commies! Gay-loving sons of guns!”. Così la notte del 22 febbraio 2009, dopo aver vinto l’Oscar come miglior attore protagonista per Milk, Sean Penn si è rivolto ai giurati dell’Academy Awards: “Comunisti! Amanti dei gay figli di buona donna!”.
Chiamare “comunisti” i giurati del premio più glamour dell’industria cinematografica mondiale, oltre a rappresentare l’ennesima tappa degli aneddoti che circondano l’evento, a ben vedere, rivela soprattutto una consapevolezza: l’attore americano ha realizzato il valore del suo premio in chiave sociale. “Per coloro che hanno votato contro i matrimoni gay – ha detto – credo sia giunto il tempo di fermarsi, riflettere e provare vergogna in anticipo, agli occhi dei loro nipoti, se continuano su questa strada”.
Ora, se anche i giurati non erano probabilmente ispirati da principi sovietici, il mezzo ha così riaffermato la sua possibile funzione di scavo nel tessuto contemporaneo. Tra le varie definizioni di cinema resta celebre quella di Ken Loach, “un mezzo per porre domande”, ma Sean Penn è andato oltre e ha avanzato una richiesta: matrimoni gay subito, ovvero uguali diritti per tutti. Il personaggio del film di Gus Van Sant, in quel momento, sembrava uscire dal set insieme alla sua presa di coscienza: il vero Harvey Milk trovò la forza a 40 anni, da squattrinato stampatore di fotografie, Sean Penn ci ha ricordato che da qualunque palco è lecito dichiararsi parte di una minoranza e pretendere rispetto.
Questo episodio, ultimo in ordine di tempo, va letto anche come una dimostrazione: nell’epoca di crisi economica globale, quando storicamente l’industria deve distrarre il popolo e l’entertainment è il registro dominante, la cinepresa può essere usata in modo diverso rispetto alle solite logiche. Si può fare cinema sociale.
Quali siano gli esatti contorni di questa definizione, per la verità, non è facile stabilire e scegliamo di lasciarlo in sospeso: in questo blog non si fa questione di etichetta, il termine “sociale” non sarà un aggettivo né un sostantivo, ma un’impostazione mentale. Escludiamo dal contenitore trame e tecnicismi, scegliamo di puntare sui commenti, includiamo qualunque pellicola che solleva in maniera diretta e indiretta qualsiasi considerazione sulla realtà. E non solo. Insieme ai film in sala, puntiamo a segnalare anticipazioni, dvd, passaggi televisivi, anche semplici considerazioni. Partiamo oggi ma offriamo qualche post retroattivo, perché un blog senza post è come un film senza idee. Cerchiamo infine il coinvolgimento dei lettori per alimentare il dibattito, seguendo l’esempio di ciò che fanno alcuni artisti con i loro spettatori. Buon viaggio nella nostra cinepressa.
“You Commies! Gay-loving sons of guns!”. Così la notte del 22 febbraio 2009, dopo aver vinto l’Oscar come miglior attore protagonista per Milk, Sean Penn si è rivolto ai giurati dell’Academy Awards: “Comunisti! Amanti dei gay figli di buona donna!”. Chiamare “comunisti” i giurati del premio più glamour dell’industria cinematografica mondiale, oltre a rappresentare l’ennesima tappa degli aneddoti che circondano l’evento, a ben vedere, rivela soprattutto una consapevolezza: l’attore americano ha realizzato il valore del suo premio in chiave sociale. “Per coloro che hanno votato contro i matrimoni gay – ha detto – credo sia giunto il tempo di fermarsi, riflettere e provare vergogna in anticipo, agli occhi dei loro nipoti, se continuano su questa strada”.
Ora, se anche i giurati non erano probabilmente ispirati da principi sovietici, il mezzo ha così riaffermato la sua possibile funzione di scavo nel tessuto contemporaneo. Tra le varie definizioni di cinema resta celebre quella di Ken Loach, “un mezzo per porre domande”, ma Sean Penn è andato oltre e ha avanzato una richiesta: matrimoni gay subito, ovvero uguali diritti per tutti. Il personaggio del film di Gus Van Sant, in quel momento, sembrava uscire dal set insieme alla sua presa di coscienza: il vero Harvey Milk trovò la forza a 40 anni, da squattrinato stampatore di fotografie, Sean Penn ci ha ricordato che da qualunque palco è lecito dichiararsi parte di una minoranza e pretendere rispetto.
Questo episodio, ultimo in ordine di tempo, va letto anche come una dimostrazione: nell’epoca di crisi economica globale, quando storicamente l’industria deve distrarre il popolo e l’entertainment è il registro dominante, la cinepresa può essere usata in modo diverso rispetto alle solite logiche. Si può fare cinema sociale.
Quali siano gli esatti contorni di questa definizione, per la verità, non è facile stabilire e scegliamo di lasciarlo in sospeso: in questo blog non si fa questione di etichetta, il termine “sociale” non sarà un aggettivo né un sostantivo, ma un’impostazione mentale. Escludiamo dal contenitore trame e tecnicismi, scegliamo di puntare sui commenti, includiamo qualunque pellicola che solleva in maniera diretta e indiretta qualsiasi considerazione sulla realtà. E non solo. Insieme ai film in sala, puntiamo a segnalare anticipazioni, dvd, passaggi televisivi, anche semplici considerazioni. Partiamo oggi ma offriamo qualche post retroattivo, perché un blog senza post è come un film senza idee. Cerchiamo infine il coinvolgimento dei lettori per alimentare il dibattito, seguendo l’esempio di ciò che fanno alcuni artisti con i loro spettatori. Buon viaggio nella nostra cinepressa.
Di Emanuele Di Nicola il 12/05/2009 alle 00:00


