12/01/2010
Rohmer alla spiaggia
Un saluto al cineasta attraverso il film Pauline à la plage (1983)

Si può davvero salutare Eric Rohmer? Si può ricordare seriamente un monumento del cinema? Oggi ci provano in molti, e chi lo fa rischia di sbagliare: come l’articolo di Corriere.it, che indica il film del 1970 come “Il ginocchio di Clara” (Il ginocchio di Claire). Provando ad aggirare approssimazioni e luoghi comuni, però, qui si vuole semplicemente rievocare un film amatissimo, Pauline alla spiaggia.
Pauline à la plage (1983), trentaseiesimo lavoro del regista – tra cinema e televisione -, fa parte del ciclo Commedie e proverbi: “Chi parla troppo si danneggia”, diceva Chrétien de Troyes. Il film è un paradigma con quattro personaggi principali, più un paio di figure di contorno: Pauline (Amanda Langlet), 15 anni, è in vacanza a Granville affidata alla cugina più grande, la bellissima Marion (Arielle Dombasle). La donna si contende il cuore di due uomini: Pierre (Pascal Greggory), giovane e bello, ma anche geloso e disperato, e Henri (Feòdor Atkine), esperto seduttore più maturo e disilluso. Pauline osserva gli intrecci che si sviluppano tra gli adulti, intanto sulla spiaggia incontra il coetaneo Sylvan (Simon de la Brosse).
Impossibile n
on
sottolineare l’ambientazione scelta da Rohmer: a Granville, sulla costa della Normandia,
è
la fine dell’estate. Siamo a settembre, il tempo non è più favorevole (i protagonisti si tuffano nelle onde alte: “Hai freddo?” chiede Pierre a Pauline – “No, non ho freddo”), i colori iniziano a ingrigirsi, la sensazione è quella del tramonto di qualcosa. Una bolla di vetro, insomma, al di fuori del quale scorrono altre vite qui solo accennate: Marion è già stata sposata, Henri confessa di avere amato in passato, “Ho tante ragazze in città” dice Sylvan. Questa l’atmosfera della pellicola: Pauline à la plage, scritto personalmente dal cineasta, è in primo grado un esercizio di cinema dialogico. Le sequenze catturano le lunghe discussioni dei personaggi, spesso presi “in contropiede” (la cinepresa non inquadra chi parla, ma le reazioni dell’ascoltatore), che si soffermano su concetti astratti: soprattutto l’Amore, l’attesa del sentimento e la sua piena realizzazione (possibile o impossibile?), come accade nella ripresa iniziale a casa di Henri. Pauline è il titolo e centro di tutto: la sua figura sono gli occhi dell’adolescenza che si soffermano sugli adulti, naturalmente, ma – esattamente come il corrispettivo maschile Sylvan – detiene anche un particolare potere di smascheramento. Sono i ragazzi, infatti, a svelare gli adulti nelle loro vere intenzioni: li osservano, li mettono alle strette e ottengono confessioni. Poi c’è il principio di imitazione: ragazzi e adulti si rimandano a vicenda, come nella doppia scena del ballo Pauline/Sylvan e Henri/Marion. E proprio per questo i ragazzi iniziano gradualmente a corrompersi, rischiando il loro patrimonio di purezza: si consideri la scena di letto tra Pauline e Sylvan, che di fatto nelle dinamiche non suona dissimile dai comportamenti dei “grandi”.
Nel finale, non a caso, Pauline accetta sorridendo il suggerimento di Marion: quello di “auto-ingannarsi”, rileggere a suo favore le schermaglie amorose dei partner, credere a ciò che si vuole per ritrovare la tranquillità interiore. La legge di pensare e agire secondo la propria convenienza è, per Pauline, una sorta di superamento dell’adolescenza: si chiude il portone della villetta di Granville – così come si era aperto all’inizio –, si torna in città, si può entrare nell’età adulta, la fine dell’estate erano gli ultimi giorni della fanciullezza.

Prima di questo, però, abbiamo vissuto un lungo passo a quattro (o cinque/sei, a scelta) tra i protagonisti: qui il regista supera il presunto tratto teatrale offrendo, in verità, riprese che si affidano totalmente all’immagine. Citiamo a caso i numerosi incroci in spiaggia tra i personaggi e le scene centrate su Pauline (Amanda Langlet in un’interpretazione assoluta), soprattutto alle prese con gli uomini (il bacio sfiorato con Pierre, il viscido risveglio provocato da Henri). In virtù di questa accuratezza di costruzione, la cinepresa restituisce a Rohmer non l’obiettivo del realismo: al contrario un’atmosfera sospesa e indefinita, che attinge al bacino del Mito (Marion/dea, Pauline/ninfa ecc.) e infine mantiene saldo il mistero. Nei rapporti tra personaggi tante possibilità sono accennate: se Marion andasse con Pierre? L’idea “assurda” di Pierre con Pauline? In virtù di questo movimento umano e sentimentale irrisolto, il film sfugge ogni interpretazione definitiva, si concede solo al campo delle ipotesi, come tale diventa rivedibile e percorribile all’infinito.
Sulla pellicola restano attualmente in circolo una serie di equivoci: per esempio quello che vorrebbe Rohmer estraneo all’attualità e allo scenario politico-sociale, al contrario di altri autori “impegnati” della Nouvelle Vague, secondo una concezione critica diffusa nell’Europa occidentale. “Non faccio politica, faccio film”, usava rispondere il cineasta. Il coccodrillo dell’Ansa che ne riassume la carriera ci informa: “Nel ‘80 sarà la volta della serie Comédies et proverbes, dal tono più scanzonato e beffardo”. In virtù dell’apparenza e della confezione, però, non si può tralasciare la disarmante profondità che abita dietro la superficie. Ma non importa, perché Pauline à la plage ha segnato concretamente una generazione di registi* e resta oggi uno dei maggiori film mai realizzati.
*Per tutti François Ozon, nuovo talento europeo, basti considerare l’uso che fa nei suoi film della “spiaggia” (Sotto la sabbia, Cinqueperdue ecc.).
(Pauline à la plage - Regia: Eric Rohmer - Cast: Amanda Langlet, Arielle Dombasle, Pascal Greggory - Durata: 94' - Distribuzione: Twientieth Century Fox)

Di Emanuele Di Nicola il 12/01/2010 alle 15:28


