13/09/2010

Leone Sofia

Somewhere di Sofia Coppola vince il Leone d'oro, molti lo criticano. E si sbagliano...

 

Sofia ruggisce e riceve strane critiche dal pubblico italiano. Alcuni, addirittura, la “accusano” di aver vinto il Festival di Venezia, semplicemente perché preferivano altro… Sospendendo il giudizio sulla kermesse lagunare di quest’anno (per mancata conoscenza), dico subito che – in linea teorica – Somewhere di Sofia Coppola ha certamente i numeri per vincere un festival internazionale. E’ un film di particolare eleganza e intelligenza: racconta infatti la storia lineare di un rapporto padre-figlia ma, allo stesso tempo, esprime un’idea del cinema e della vita strutturata e complessa. Sorpassando sull’eventuale dato autobiografico, e sulle assonanze con gli altri film della regista (la frase chiave coperta dal rumore, come Bill Murray in Lost in translation), la figlia di Francis Ford Coppola firma qui il suo lavoro migliore: a ben guardare, dietro la semplicità della trama, c’è una lunga rete di corrispondenze interne che la riempiono di significato.

Johnny osserva distrattamente il peep-show delle prostitute, contro Johnny che resta rapito dalla soave danza della figlia sui pattini; Jhonny dorme con l’ennesima conquista – fuoco di paglia -, contro il matrimoniale pudicamente diviso con la piccola Cleo; Johnny si trascina di festino in festino, contro Johnny che accompagna la bimba ad acquistare gli oggetti da campeggio… A ben guardare, inoltre, il gioco (serio) delle corrispondenze supera la superficie e affonda nel profondo: la colazione “finta” con l’attricetta italiana – una Laura Chiatti di rara cagneria – fa il bis con la colazione “vera” (paradossalmente finta) che padre e figlio consumano in apnea, immersi nella piscina…

Non manca un reticolo di simboli, evidenti ma comunque forti. La sconcertante costruzione della maschera sul volto di Johnny, che è la maschera della sua vita dissoluta (e dell’apparente impermeabilità affettiva); la Ferrari che si blocca all’improvviso, polverizzando il segno di uno status in una delle scene più acute del pacchetto (“E adesso cosa facciamo?”, chiede Johnny a Cleo, spiazzato da un intero stile di vita che si ingolfa); infine il passaggio di Ghandi in televisione, che si cuce da sé il vestito in khadi per affermare l’autonomia del popolo indiano. Il khadi è il film, la ragione artistica della Coppola: cinema indipendente, che si cuce da solo e aggira il dato spettacolare.

L’agghiacciante premiazione dei Telegatti ha indispettito il pubblico italiano? Una sequenza che dalla Ventura alla Marini ci mette giustamente in ridicolo, che provoca disagio e induce – allo sguardo più distratto – a fare le pulci di un film attentamente pensato, dove all’effetto semplice del risultato corrisponde un meticoloso sforzo di costruzione. Grande Sofia.

(Somewhere - Regia: Sofia Coppola - Durata: 96' - Cast: Stephen Dorff, Elle Fanning, Chris Pontius - Distribuzione: Medusa)

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Di Emanuele Di Nicola il 13/09/2010 alle 18:46



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A oggi, infatti, per me è questo il film più bello della Coppola. Vergini suicide a parte - che cmq parte dal romanzo di Eugenides, mentre Somewhere è anche scritto da Sofia -, non mi aveva impressionato particolarmente l'incensato Lost in ...translation. "Stupidi e quasi ridicoli" però mi sembra troppo: piacciano o meno, i suoi film (soprattutto questo) hanno un modo preciso di pensare il cinema sia a livello sostanziale (la riflessione sui rapporti umani) che stilistico (lo stile suo c'è) che in soldoni la rendono una cineasta riconoscibile, a prescindere dai risultati.
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Non ho visto il film. In generale, Vergini suicide a parte (ma lì la colonna sonora degli Air fa tantissimo), trovo la Coppola un grande bluff. Lost in translation (Con Murray che fa sempre la stessa faccia per due ore) e Maria Antonietta sono film stupidi e quasi ridicoli, che solo una certa civetteria intellettualistica e postmoderna è riuscita a incensare. Comunque vedrò il film, con un po' di pregiudizio ma pronto come sempre a cambiare idea...

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