22/05/2010

Cannes, 50 anni fa vinceva La dolce vita

Fellini fu premiato dal presidente della giuria, Georges Simenon

Non dico che sia passato sotto silenzio ma non se n’è parlato molto. Al Festival di Cannes poche parole e poche immagini per la Palma d’oro che rese mondiale La dolce vita romana di Federico Fellini. Eppure fu un’occasione importante. Il regista, di nascita riminese ma di casa a Cinecittà, trovò sulla Costa Azzurra un successo controfirmato dal padre del giallo-noir francese Georges Simenon, prestigioso giurato del Festival. Pensavo al “sotto silenzio”, o quasi, quando mi è capitato in mano un giornale. Un giornale italiano, fra i più importanti: uno dei più letti.
 


Mostra la  bella foto di una ragazza a seno scoperto mentre suona una chitarra elettrica, volto e corpo da combattente. Alla sua destra una signora non più giovanissima, ai nostri giorni. Sono la stessa persona: Germaine Greer, l’autrice di L’eunuco femmina, un libro che ebbe negli anni 70 un grande successo e divenne una sorta di Bibbia femminista. Germaine, nell’articolo del giornale che incornicia le due foto, racconta che Fellini voleva darle un ruolo nel film che stava girando, Casanova, e che invece finirono a letto insieme in una casa che Germaine aveva a Cortona, in Toscana. I dettagli della storia li ha pubblicati il Guardian e le trombe hanno squillato nel mondo, a Cannes come a Roma. Fra i dettagli, il particolare che Germaine ha voluto sottolineare più volte, e cioè che Federico, genio del cinema, si era rivelato sì un atleta del sesso, ma troppo distratto, non proprio dedito a lei, all’amore non solo fisico per lei. Il che può essere vero, non si sa e forse poco c’importa.

Nel mio libro appena uscito, che mi permetto di citare – Fellini & Fellini (Ediesse) –, le questioni di cuore (?) le ho affrontate con delicatezza, per dovere di cronaca e per gusto narrativo citando qualcuna delle relazioni avute da Federico con altre donne, durante il lungo e saldo matrimonio con Giulietta Masina. Tra costoro, c’è la rivelazione di Sandra Milo che in un libricino di memorie ha sentito il bisogno di farci sapere che Federico faceva sesso tenendo i calzini. Ovvero, l’uomo “ginnico” entrava nel ring del sesso a piedi debitamente coperti, non so, magari per evitare di stimolare con la nudità estrema un fastidioso raffreddore. Saperlo non cambia né la storia del cinema né quella del maestro della Dolce vita, oltre che di Le notti di Cabiria e La città delle donne. Ma anche un solo accenno in proposito attizza, porta qualche etto di risorse in più alla storia degli outing a cui sembrano tenere molto i personaggi dello spettacolo e della politica. Specie quelli fuori gioco. Forse perché fanno “costume” e le rivelazioni “intimistiche” possono servire. Chi è stato a lungo alla ribalta fa non poca fatica a rassegnarsi a sedersi in platea.

Detto questo, una conclusione bisogna pur che io la proponga in occasione dei cinquant’anni di gloria della Dolce vita. Una conclusione certamente provvisoria. Visto che da ogni parte, nel variegato mondo del cinema, si alzano lamenti per un viale del tramonto di cui ogni tanto ci spaventiamo troppo: la critica non ha più senso, i festival si dividono le spoglie di produzioni che vanno perdendo in numero e soprattutto in qualità, i red carpet sopportano il peso di un divismo ripetitivo e sempre meno glamour; e in Italia, tanto per tornare in patria, non c’è più un euro per i film e neanche nel resto d’Europa se la passano tanto bene. Dunque, gli outing, sia pur labili come un fazzoletto di carta, possono servire per attenuare cattivi umori, delusioni, aspettative frustrate, vere e proprio forme di depressione. La cura del “calzino” (inteso come svelamento proibito) o del letto-ring come piattaforma elastica per esibizioni “ginniche” senza amore può surrogare le forme di malinconia e di tanti esprit mal tourné; persino guarirle, eclissarle. Al confronto di questi gustosi placebo, cosa volete che sia oublier La dolce vita o, se non dimenticarla, trattarla con il sospetto che si tratti ormai di un logoro fossile di un’epoca d’oro perduta per il cinema. Fossile. Calzino bucato. Kamasutra d’antan, da tappeto elastico, senza cuore.

Italo Moscati

Altri articoli:
2010, vince Weerasethakul
2009, Il profeta premio della giuria

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cinema la dolce vita georges simenon fellini germaine greer cannes

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Di Emanuele Di Nicola il 22/05/2010 alle 12:27



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