18/05/2010

Draquila - Michael & Me

Sabina Guzzanti continua il percorso stilistico di moorizazzione. Alcuni contatti sono evidenti: quando insegue Bertolaso per chiedergli invano un’intervista, ripete esattamente lo stratagemma di Michael Moore in Roger & Me verso il presidente della General Motors, Roger Smith. In generale, è il metodo del cineasta di Flint che viene assunto dalla regista romana: intervistatore spesso in campo, persone interrogate per strada o nelle loro case, campo-controcampo tra intervistato e intervistatore*, pioggia di domande tendenziose e trucchi da sondaggista (Non pensi che Berlusconi ne combini mille al giorno?), sfondi più spogli e solenni per figure particolari (il magistrato Ingroia).
 

C’è un nemico e una tesi da dimostrare, attraverso un bombing di opinioni sovrastate dalla voce dell’autrice: interviene lei a puntualizzare la verità, purtroppo, e finisce per scalfire momenti documentaristicamente perfetti con l’esplicitazione del sottinteso. L’esempio più doloroso è la ripresa della tenda del Pd, che certamente parla da sola, dove si tiene a specificare che “è vuota tutti i giorni dell’anno”. E’ così che in questi istanti la voce attenta all’occhio, distoglie dalla costruzione del testo e sposta il focus sulla verità illustrata dalla regista. Guzzanti raccoglie anche la bava alla bocca di Fahrenheit 9/11: con deviazione dalla tragedia aquilana, per tornare sul discorso personale berlusconiano, “indaga” sulla nascita di Milano 2 e l’ombra della mafia (l’intervista a Ciancimino).

Una divagazione – seppure breve – che rivela presto il carattere strumentale, tanto da tornare all’Aquila senza realmente imboccare il percorso alternativo. Draquila non è dunque compatto, si presenta anzi come documentario embedded che risponde unicamente alla mente di Guzzanti (l’artista prende posizione, non la ripete di continuo). In questo oggetto altalenante, composto giustamente di frammenti, brillano due momenti in particolare.

Se il filo del discorso si allenta e fa parlare l’immagine, allora la costruzione verbale della regista cede e lascia passare frammenti di realtà, che è quindi nelle sue corde: l’inizio, quando un uomo ripreso da camera a mano - il sindaco, ma lo sapremo dopo - cerca il suo gatto tra le macerie, avvolto in una notte transilvana (unico riferimento visivo al titolo vampirico); la fine, i terremotati paradossalmente contenti perché una casa di bambola è meglio di niente, con chiosa sulla dittatura spiegata dalla gente comune. Ostentatamente pop, Guzzanti trova il passaggio dal particolare all’universale solo in poche occasioni. Moorianamente. Montaggio decisivo, curato con dolente rispetto da Clelio Benevento.

* La Guzzanti fa qui un uso nuovo del suo volto: non più maschere, ma una sorta di controcanto espressivo agli intervistati. La gente parla e l’inquadratura mostra la faccia di Sabina la quale, posando sull’esperienza imitativa, regala espressioni cariche di significato. Stavolta MM è lontano.

Tratto da Gli Spietati

(Draquila - L'Italia che trema – Regia: Sabina Guzzanti – Durata: 93’ - Cast: Sabina Guzzanti – Distribuzione: Bim)

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Di Emanuele Di Nicola il 18/05/2010 alle 19:30



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