19/04/2010

Simon Konianski - Passato non è illuminato

Simon Konianski viene lasciato dalla moglie, ha un figlio piccolo, è disoccupato. Ha 35 anni e non prende iniziativa. Torna quindi a vivere con il padre, un ebreo sopravvissuto ai campi di sterminio. Quando questo muore, inizia un lungo e strano viaggio per seppellirlo in un paesino dell’Ucraina. 

Commedia della memoria, Simon Konianski è un film inizialmente semplice che poi si complica e diventa stratificato. Dallo schema lineare del road movie, il regista belga Micha Wald innesca una riflessione sullo storytelling che mette radici nel contemporaneo: il racconto dell’esperienza ebraica è arrivato alla terza generazione, quella dei nipoti, il bimbo vuole ascoltare le storie del nonno sulla deportazione nazista e lo sollecita a raccontarle.
 

Al contrario di Simon, che ha una moglie spagnola con amante nero e non sopporta i racconti del padre (“Li ho sentiti mille volte”, dice): il ricordo storico si è sporcato – vittima di indolenza, superficialità, incroci globalizzati -, oggi deve vincere il rischio di sbiadire e dirazzare. Il protagonista stesso è esposto: adulto colto e irresponsabile – irresponsabilità come metafora della mancata presa di coscienza sulla propria Storia -, è un ebreo che si schiera con i palestinesi (nella bellissima scena del pranzo), indossa una felpa con scritto Baghdad, lancia problematiche implicite proprio sull’attualità (per esempio: si può essere ebrei e deprecare la politica di Israele?).

Simon respinge le radici, il film è il suo percorso di recupero. Non a caso i personaggi principali sono le tre età della vita (padre – figlio – nipote), con i due fratelli di Ernest a fare da coro grottesco e il bimbo determinante per l’opera di riposizionamento nella tradizione. Come costruzione della pellicola, Wald offre un’introduzione da commedia famigliare dei caratteri (che è il “prologo al cominciamento di un molto rigido viaggio”, vedi sotto) poi imposta una situazione con quattro personaggi nello spazio chiuso (Simon, il figlio, i due zii in auto) e una semplice dialettica interno-esterno con alcune interferenze (le chiamate della moglie, le incazzature di Simon); la fedeltà al registro comico è quasi totale, aderendo al racconto dell’Olocausto leggero e svagato, ma nei punti più tragici occorre tornare seri: questa la posizione etica del cineasta, che lascia la morte fuori campo ma diventa solenne nelle sequenze in campi di sterminio e cimiteri.

C’è dunque un risultato pulito e lineare, anche a livello stilistico, servito da interpreti adeguati (Jonthan Zaccai regge molti stati d’animo) con i difetti di prevedibilità dei percorsi a tappe – sempre leggibile la stazione successiva – e le caratteristiche dei simboli facili come padre e figlio che portano gli occhiali (vedere il passato), ovvero hanno significato subito efficace ma non rimandano a riflessione ulteriore. In questo scenario due sono i momenti tecnicamente ed emotivamente ineccepibili: il pasto della grande famiglia ebraica che deraglia in happening (accade di tutto e la follia latente si esplicita), la ripresa nel campo di concentramento che diventa un mirabile scambio reale-surreale e si rivela passaggio di testimone intergenerazionale, dal fantasma del nonno a padre in figlio.

La questione rimandi: Wald sostiene di non aver letto Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer per non farsi influenzare; l’assonanza nell’aspetto e nel contenuto (raccontare storie e tramandare il passato sono chiavi foeriane) si conferma in un omaggio palese: l’anziana ebrea che guardando la strada afferma “Qui non è illuminato”, riferendosi chiaramente al percorso della memoria ancora da compiere. Possiamo però credere al regista, che non è uguale a Foer nell’approdo: le sue conclusioni sull’esperienza ebraica sono più metodologiche, riguardano cioè la forma e il modo di narrare, appurando che la storia degli ebrei non finisce con la morte perché c’è sempre chi continua a raccontarla. Infine, siamo lontani da Allen: la comicità culturale del regista americano qui è più fisica e corporea, deviando spesso dall’oggetto del discorso (la gag della caduta dalla sedia non c’entra niente con l’ebraismo). L’unica vera discendenza è Maurice, il vecchio ebreo paranoico come degenerazione di tanti nevrotici alleniani, per ultimo David Dobel di Anything Else (ovviamente lo stesso Allen).

Tratto da Gli Spietati

(Simon Konianski – Regia: Micha Wald – Durata: 100’ - Cast: Jonathan Zaccaï, Popeck, Abraham Leber – Distribuzione: Fandango)

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cinema olocausto ogni cosa è illuminata micha wald simon konianski ebrei road movie

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Di Emanuele Di Nicola il 19/04/2010 alle 18:30



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