18/11/2009
Lebanon - Leone all'argomento
A mente fredda, in ritardo sull’ubriacatura generale (soprattutto del pubblico più cinefilo) per Lebanon dell’israeliano Samuel Maoz, qualche pensiero sparso sul film che – dicono le cronache lagunari - ha stravinto il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2009. Tema: prima guerra tra Israele e Libano (1982), altre informazioni sul sito ufficiale.
Lo dico subito, la questione Lebanon non mi appassiona: è un film di guerra girato dall’interno di un carro armato con un grande atto di hybris. Inserire la cinepresa in una stanza di ferro, da parte di un giovane regista emergente, è una dimostrazione di tracotanza straordinaria: si ritiene infatti che, contro la lunga serie di penalizzazioni di questa scelta (luogo chiuso, spazio angusto, oscurità imposta, ridotta libertà di movimento), si possa vincere ogni difficoltà e ottenere un risultato significativo. “Gettare il cuore oltre l’ostacolo”. Ma questo non accade.
La scelta dell’ambientazione, a ben vedere, non aggiunge né toglie nulla al pacchetto: semplicemente è una posizione stilistica, come qualunque altra, che anzi nello svolgimento complica piuttosto le cose. Dunque passiamo oltre, a meno di non volersi stupire ad arte per una “sfida” tutto sommato non particolarmente ardita (Guarda! E’ tutto girato dentro un carro armato! La guerra si vede dal mirino! E allora?).
Se sbucciamo Lebanon dalla forma, infatti, ciò che rimane è la superficialità della sostanza: cosa abbiamo, dopotutto? Un mercante di polli che, smembrato da una bomba, urla la parola “Pace”; una donna sotto shock per la perdita della figlia, che guarda dritta nel mirino (quindi in camera, quindi nei nostri occhi); un gruppo di soldati in interno, equamente divisi per aspetti caratteriali (il fragile, l’ostinato, l’ottimista, il pessimista); un superiore che scandisce ordini, totalmente votato alla macchietta, salvo poi rivelare anche la sua debolezza, sposando una macchietta ancora più spinta (il falso duro). E poi? C’è il problema del prigioniero, per complicare un po’ la situazione, non mancano neanche le divisioni in territorio nemico (lo scabroso scambio tra il falangista cristiano e il guerriero libanese). Pacificamente irricevibili alcune pagine della sceneggiatura, come la telefonata di rassicurazioni alla famiglia del soldato, annunciata quando questi è già trapassato. Non così nuove alcune fasi figurative su cui si punta forte, vedi i ragazzi che estromettono dal carro il cadavere del collega: si muovono male, sono “imbranati” dalla guerra, esattamente come i sanitari protagonisti di Kippur di Amos Gitai (2000). Infine tralasciamo il simbolismo pesante del campo di girasoli, inclinati peraltro verso il basso: è una guerra che piega anche i fiori.
Lo stereotipo suona evidente, quindi, ma è accuratamente mascherato da una forma drammatica che getta continuamente fumo negli occhi. Attraverso una sistematica deviazione del discorso verso “grandi temi” (conflitto, umanità, amicizia, morte ecc.), Lebanon può ingannare lo spettatore più smaliziato: infatti molti hanno fatto finta di niente, tra questi i giurati di Venezia (presidente Ang Lee), cogliendo l’occasione per incensare il “film importante”. Parla di una guerra in Medio Oriente, è basato sull’esperienza reale del regista, l’equivoco scatta automatico: il Leone va tutto all’argomento.
(Lebanon - Regia: Samuel Maoz - Cast: Oshri Cohen, Zohar Shtrauss, Michael Moshonov - Durata: 92' - Distribuzione: Bim)

Di Emanuele Di Nicola il 18/11/2009 alle 16:49


