23/09/2009
Un prophète - La dolcezza del cattivo
Quest’anno il Festival di Cannes ha assegnato il Grand Prix (secondo premio) a Un prophète di Jacques Audiard. Lo abbiamo visto nella rassegna Le vie del cinema da Cannes a Roma.Malik, giovane arabo appena maggiorenne, viene condannato a sei anni di carcere e inizia una nuova vita in penitenziario: orfano, analfabeta, senza nessuno, si avvicina gradualmente all’anziano boss Cèsar Luciani, che tiene in pugno tutto l’istituto.
Audiard, figlio del regista Michel Audiard, ha una caratteristica fondamentale: quella di dipingere “criminali buoni”, ossia personaggi neri che si abbandonano a sorprendenti slanci di umanità. Come accaduto nei due film precedenti, Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore, questa lettura si basa sul contrasto violento: Malik è un assassino, ma vuole imparare a leggere e scrivere ed è disposto a coltivare una propria sfera affettiva.
Scelta rafforzata anche dall’impostazione stilistica: scene durissime, come l’omicidio del detenuto arabo, si alternano a momenti di grande poetica figurativa, vedi la nevicata che avvolge la seconda parte. La violenza è un linguaggio: tutti si scambiano gesti violenti, non obbligatoriamente con risvolti negativi, va inteso proprio come un modo di comunicare.
Il regista ci ha abituato a momenti di estrema rarefazione; la storia si ferma, i personaggi vanno in standby e intervengono riprese puramente figurative, quasi libere associazioni di immagini che interrompono il flusso degli eventi. Se pure legato alle altre prove (in Tutti i battiti del mio cuore c’era un uomo violento che imparava a suonare il piano), qui arriva una novità: le scene contemplative assumono valore simbolico ed escono dal recinto del realismo. Audiard rischia: divaga in sogni, premonizioni, fantasmi in una deriva antirealistica pericolosa da gestire. E vince. Perché anche il dato sovrannaturale (“Ma chi sei, un profeta?”, chiede un mafioso marsigliese) tratteggia in modo decisivo la cifra del personaggio – uno sbandato che vede il futuro.
La chiave del film è comunque l’introspezione psicologica. Se il plot, ovvero i semplici “fatti”, non sono significativi di per sé, assolutamente sfaccettato è il lato intimo delle pedine: nessuna esclusa, dall’amico di Malik affetto da tumore, fino al trasfigurato rapporto padre/figlio che c’è tra il protagonista e Luciani (anch’esso risolto con un pugno).
Un’opera che contiene molte cose, dalla gangster story ai classici transalpini, ma soprattutto la mano del suo autore: il quale sta seguendo un percorso preciso, ormai è chiaro, facilmente individuabile per temi di interesse e forme rappresentative. All’insegna del binomio violenza/umanità, le istanze interiori, la dolcezza dei cattivi e la difficoltà di comunicare: Malik è assordato dalla sparatoria e c’è una sublime sequenza “senza udito” proprio come, in Sulle mie labbra, la donna interpretata da Emmanuelle Devos perdeva l’apparecchio acustico.
A Cannes si è gridato al capolavoro (Le Monde, The Times, Guardian, El Mundo…), certamente è una conferma innegabile: i registi francesi hanno inventato il cinema e oggi continuano a fare da guida, rielaborando, sperimentando, sfruttando al massimo le sue possibilità.
(Un prophète – Regia: Jacques Audiard – Durata: 150’ - Cast: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Maeva Blue – Distribuzione: Bim – Grand Prix al Festival di Cannes 2009 - Uscita italiana: 30/10/2009)
Di Emanuele Di Nicola il 23/09/2009 alle 17:05


