09/09/2009

Videocracy - La televisione comanda la nazione

Dopo averne molto sentito parlare (trailer censurato da Rai e Mediaset), entriamo nello specifico del documentario di Erik Gandini, Videocracy, fuori concorso alla mostra di Venezia 2009. Che ha un obiettivo dichiarato: il 42enne regista bergamasco, trasferitosi in Svezia a 19 anni, vuole illustrare la situazione italiana ai suoi connazionali e all’estero (“I miei amici in Svezia quando parlano di televisione italiana ridono, si ride di Berlusconi”). In questo senso, nella ricostruzione delle circostanze che hanno portato allo strapotere televisivo, il lavoro può dirsi riuscito. Emerge – anzi, viene confermato – il quadro divulgativo di un paese comandato dalla Tv in tutti i sensi: dal lato mentale a quello politico (dalle categorie di pensiero alle schede nell’urna), passando per il dato fisico di una carnalità evocata ad arte da letterine, veline ecc.
 

Dal punto di vista stilistico invece cominciano i problemi. Fermo restando che, per chi segue quotidianamente le vicende del paese, il film non dice niente di nuovo, è nella forma che proprio non convince: Gandini adotta un tono predicatorio, praticamente da subito, dilungandosi in facili provocazioni verbali (lo chiama “il presidente” senza mai nominare Berlusconi) o in nodi sociologici accennati ma non sviluppati – vedi la battuta sul sorriso del premier: il “mistero” dell’affabulazione berlusconiana è complesso e tuttora irrisolto, per questo meriterebbe ben altro approfondimento. Nella direzione del documentario, poi, non si segnala nessun particolare filo logico: si salta da una figura catodica all’altra, da Lele Mora a Fabrizio Corona, manca una visione strutturale di fondo. E' un'accumulazione di fatti e situazioni. E in quanto tale risulta inevitabilmente altalenante: gira a vuoto quando stigmatizza (per l’ennesima volta) l’assenza di scrupoli degli squali televisivi, più stimolante se scandaglia la gente comune – il ragazzo che vuole diventare famoso – offrendo un assaggio delle debolezze della “vera Italia”, quella che cerca i classici 15 minuti di gloria.

Gandini è fazioso e indignato: la situazione è desolante, a suo avviso, e l’approccio non cambia neanche se viene innaffiato da una certa dose di ironia. Allora Videocracy inciampa nello stesso difetto di Fahrenheit 9/11 di Michael Moore: troppa rabbia, verso il sistema e gli attuali governanti che lo hanno determinato, una rabbia che offusca la lucidità e annulla la precisione del colpo. Restano i singoli momenti: il senso di inquietudine diffusa – la martellante colonna sonora -, ovvero il disagio di vivere in un paese strumentalizzato, il terribile provino delle veline in cui ognuna si dimena a ritmo di uno strano motivo interiore. Il pubblico vede queste cose e ha il dono di pensare: per questo si poteva evocare di più, senza imporre il proprio punto di vista qualunque esso sia.

Altri articoli:
Lineamenti di videocrazia di Giulio Ortolani

(Videocracy - Regia: Erik Gandini - Cast: Silvio Berlusconi, Lele Mora, Fabrizio Corona - Durata: 85' - Distribuzione: Fandango)

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Inviato da Emanuele Di Nicola il 09/09/2009 alle 14:47



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