15/05/2009
Italia 1969-2009
Un grande evento, naturalmente, non si consegna subito al campo dell’elaborazione artistica: prima viene percepito in modo parziale, non entra ancora nella coscienza, è una trattazione inconsapevole ma già inizia a lasciare traccia. Esattamente ciò che avviene con il cinema italiano nel 1968 e 1969. Cosa fanno i grandi registi in quegli anni?Il giovane Bertolucci è apertamente politico in Partner, con la storia di un maestro di teatro alle prese con il suo alter ego rivoluzionario. Pasolini chiude Teorema con un finale sessantottino: il pater familias, ormai distrutto e umiliato, si spoglia e fugge dalla fabbrica di sua proprietà. Fellini si applica al Satyricon e con i personaggi di Petronio Arbitro, i costumi eccessivi come risposta alla decadenza generalizzata, offre una vasta rete di sottintesi. Non si filma direttamente il movimento studentesco, ma sono presenti rimandi, metafore, segni con significati precisi. Insomma, si parla al passato per alludere al presente.

Lo fa Liliana Cavani in Galileo: la figura eversiva dello scienziato pisano è già troppo scomoda, il film viene menomato attraverso il VM18, la Rai finanzia ma non lo manda in onda. Meno autoriale e più popolare, con lo stesso assunto di fondo, è Nell’anno del Signore di Luigi Magni; gli anarchici romani del 1825, che avversano lo strapotere clericale, portano rivendicazioni non lontane dalle coeve assemblee studentesche. Entrambi vogliono rompere un giogo, come dice la canzone carbonara: “La bella che è prigioniera / Ha un nome che fa paura / Libertà, Libertà, Libertà!”. Ancora più astratta la scelta di due cineasti politici come Paolo e Vittorio Taviani: nel ’69 fanno Sotto il segno dello scorpione, ovvero una storia di naufraghi e del loro tentativo di creare una nuova comunità. Se Gillo Pontecorvo e Sergio Leone diventano “rivoluzionari”, rispettivamente in Queimada e Giù la testa, bisogna però aspettare il ’72 per l’opera imprescindibile sul Sessantotto, La classe operaia va in paradiso. E' “il primo film italiano che entra in fabbrica” (Morandini).
Nel frattempo in Francia Jean-Luc Godard firma Weekend: con quella memorabile sequenza centrale, in cui la coppia borghese è bloccata dall’ingorgo in autostrada che, a ben guardare, è soprattutto un ingorgo sociale. Negli Usa Hollywood fa già esercizio di cannibalismo: nel ’70 la Metro Goldwyn Mayer produce The Strawberry Statement di Stuart Hagmann (in italiano Fragole e sangue). Commerciale, sbilanciato e strafottente, certo, ma con finale spaccacuore: la violenta carica dei poliziotti contro gli occupanti della Columbia, che intonano come un mantra: “All we are saying is / Give peace a chance”. In Italia le chance del Sessantotto cinematografico non sono molte; presto arriva la delusione, nei tardi Settanta c’è Nanni Moretti, si sfocia nella parodia amara. E in Sogni d’oro (1981) Nanni/Apicella, in una delle paradossali liti con la madre, lo dice chiaramente: “Io non leggo la politica, leggo solo la pagina dei cinema”.Questo speciale è un viaggio all'indietro: alla scoperta del cinema italiano della Contestazione, 40 anni dopo, con lo sguardo della nostra Cinepressa.
I Film:
Fellini Satyricon
Di Emanuele Di Nicola il 15/05/2009 alle 15:46


