02/11/2009

Michael Moore contro Ken Loach

 

Michael Moore non è Ken Loach. Sono due duri e puri, ma Michael è meno puro e Ken è più duro. Come sappiamo, Michael è un regista di documentari e ha costruito una carriera indiscussa. Da Roger & Me a Bowling for Colombine, Fahrenheit 9/11, Sicko, Slecher Uprising/Captain Mike Across America, questo pingue e tenace uomo del Michigan ha avuto premi, guadagnato in abbondanza (il capitalismo paga se i film anche doc incassano), creato un modello di giornalismo d’intervento che piace a tutti, in special modo ai più giovani e ai più anziani.

Questi, per diverse ragioni, sono coloro che tra il pubblico s’incazzano di più. I primi perché vedono il mondo della  globalizzazione come una fregatura piuttosto che come un’opportunità. I secondi, fuori dal giro del lavoro e delle opportunità, si sentono fregati dal loro presente e dal loro piccolo futuro, e non sanno con chi prendersela. Con baldanza e fermezza il puntiglioso Michael si mette al servizio di entrambi. In Capitalism: A Love Story, il regista procede nel suo cammino dopo il bersaglio grosso del doc contro George W. Bush e ha individuato un bersaglio forse ancora più grosso: il Capitalismo. Dopo tutto non è stato difficile, in quanto la crisi economica ha scosso le fondamenta dell’economia statunitense e non solo. A testa bassa e fina (il regista ha talento) ha scelto dunque il Capitalismo: nemico dei nemici, vincitore delle battaglie con tutti i sistemi che si sono proposti di batterlo, ad esempio il Comunismo dell’Urss imposto nei paesi dell’Est; e resistente, anche se in crisi, sia a Cuba che in Cina.

Dopo aver visto il film di Michael ci si può domandare: com’è andata? Lo spettacolo a tratti non manca, sono presentissime le buone intenzioni e l’analisi sulla finanza criminale è serrata. Ma è l’analisi che non aiuta a capire le trame e la logica di quel che è successo e sta succedendo. Forse, la macchina a mano che scappa di mano, le corse del pesante corpo del simpatico Michael, il sarcasmo, le trovate spiritose, la buona volontà, i ricordi dell’America del presidente F. D. Roosevelt e delle atmosfere toccanti dei film di Frank Capra non sono sufficienti a scalzare il Capitalismo e a denunciarne la lunga storia d’amore con l’America. Michael è duro di propositi. Ma per andare a fondo bisogna essere puri, come Ken Loach: combattente, lottatore continuo,conoscitore delle astuzie del Nemico Capitale che non muore. I duri fanno notizia e la gente va a vederli, trascinata dalla voglia di incazzarsi. Però forse è meglio scegliere con misura come e dove mettere la macchina a mano che rischia, appunto, di scappare di mano.

Italo Moscati

(da Il Mese, allegato a Rassegna Sindacale n.39, 22-28 ottobre 2009)

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Di Emanuele Di Nicola il 02/11/2009 alle 13:15



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1
non capisco il tuo articolo scusami ma non ha senso

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